Apr
30
2009
3

Urgel viva!

(Seguono spoiler. Ma di solito all’opera si va sapendo la trama, quindi non mi pare cosi’ grave. Seguono anche succosi dettagli inediti della mia vita.)

Nulla di meglio di un bel Trovatore per tirarti su il morale.

Se poi la regia e’ tutta una citazione viscontiana[1]-risorgimentale, con Manrico in camicia rossa, Azucena che pare Anita Garibaldi, Leonora vestita da Alida Valli, aquila degli Asburgo in bella vista, bei duelli non “ci diamo due colpi stilizzati” ma “duellone romantico da cappa e spada”[2].

Se i cantanti son bravi (oh, io non sono un’esperta: ma piu’ che degni mi son sembrati proprio), e Manrico e’ pure quel gran bel figliolo di Roberto Alagna (marpione? certo. Tenore).

Azucena ha sbagliato un verso (ha cantato quello dopo, poi si e’ ripresa con assoluto aplomb), Leonora nel primo atto aveva un trucco un po’ da passeggiatrice (troppo rosso sulle labbra), un corno ha mancato di una frazione un attacco (dice il marito, io non l’ho sentito), il Miserere era un po’ veloce per i miei gusti.

Non me ne importa nulla.

Uno puo’ fare il blase’ quanto vuole, la musica in sei ottavi e il libretto dal linguaggio aulico (con quell’”infame” che segna drammaticamente la provenienza napoletana del librettista, e le vette di “come d’aurato sogno fugente imago”[3]), la trama che non regge, il protagonista che e’ un fesso e pure un po’ invischiato in un rapporto incestuoso con mamma-che-poi-non-e’-mamma[4], la protagonista che e’ una masochista (se dovete seguire un link di questo post, seguite questo). Tutto vero, percarita’.

Vero che e’ dura trattenersi dal chiosare il “Non son tuo figlio, e chi son io, chi dunque?” con un “Tu sei un tenore, quindi un pirla[5] - e l’hai appena dimostrato”. (Se non avete mai sentito il Trovatore: “mamma” ha appena rivelato di aver fatto fuori suo figlio al posto del figlio del suo rivale.)

Vero che il facepalm del marito quando Azucena ha gridato proprio il nome di Manrico proprio nell’accampamento del Conte di Luna era giustificato, e non lo dico perche’ e’ il marito.

Ma intanto: come notava Luca Fontana in un pezzo per Diario anni orsono: Il Trovatore e’ la somma di una serie di ossessioni ache si combinano in qualcosa di assolutamente, tipicamente, italiano. E se sei nato e cresciuto in Italia non puoi non ritrovarci qualcosa - se non di quel che sei - di quello in cui sei venuto su: e non resti del tutto indifferente.

Un elenco. Il pregiudizio contro la zingara, la mamma che-ce-n’e'-una-sola (anche quando non proprio) e che a colpi di passivo-aggressivo ti distrugge la vita (strepitosa la regia di certi momenti in cui Manrico non poteva far altro che mettersi le mani nei capelli, come a dire “ancora questa storia che soffre tantotanto se non faccio esattamente come dice lei, che cavolo rispondo”), la gelosia per la donna, l’eroismo che va di pari passo con l’idiozia, ovviamente la lotta tra fratelli; e persino la sensazione che la situazione possa sempre essere tragica (il libretto e’ un fiorire di scene splatter, e alla fine muoiono praticamente tutti[6]) non e’ mai seria: come puoi prendere sul serio un pezzo in sei ottavi pronto per essere usato dalla banda del paese?

Ma poi. La musica di Verdi e’ potente, seiottavi o no. Ti lascia senza fiato, anche se la conosci e ti aspetti ogni battuta. E’ bella, santinumi, bella. Ha dei momenti in cui l’armonia fa dei salti mortali e dei giochi di prestigio che non ci credi - con l’aria di essere la cosa piu’ naturale del mondo, come capita con tutti i grandi giocolieri. Solo che non e’ naturale, nemmeno un po’. Un dettaglio: uscendo dal teatro il marito commentava “ma un pezzo ha un contrappunto che pare scritto cinquant’anni piu’ tardi” (il finale della prima scena, atto primo - credo).

La maggior parte dei personaggi sono meglio del loro libretto. Manrico e’ un idiota (vedi sopra): ma anche un ragazzotto (ha diciassette anni, a occhio[7]) con una mamma ingombrante che vuole farsi strada (”giovinetto i passi tuoi d’ambizione lungi movea”, nelle parole di mamma) - probabilmente anche per mettere un po’ di spazio tra se’ e l’ingombrante genitrice che a ogni occasione ha una bella allucinazione splatter a base di roghi (”gia’ l’arso crine al ciel manda faville / osserva le pupille fuor dell’orbita loro” - ecco, una roba cosi’ come favola della buonanotte e vedi tu se non cresci con qualche issue). Leonora - no, Leonora in effetti e’ indifendibile: e’ gia’ stato detto molto qui (il link di sopra), aggiungeteci quel “entro in convento / no non entro in convento” e la fine programmazione del piano nel quarto atto… Ma il Conte, invece. Un baritono in un’opera italiana: e’ cattivo, amen. E invece e’ innamorato davvero, come un fesso (se era intelligente non si innamorava di Leonora, che va bene che l’amore e’ cieco ma a tutto c’e’ un limite), e non ha tutti i torti a voler vendicare il fratello (anche qui, nella mia fanfic me lo immagino cresciuto a colpi di “ah, il tuo fratellino, quello che la zingara ha ammazzato, lui si’ che era buono”: devastante). E Azucena, che si e’ vista la madre bruciata perche’ della razza sbagliata (iniziamo bene), e ha fatto la grossa cazzata, e ora tira avanti avvinghiata alla famiglia ideale che si e’ costruita: lei, il suo figlio-che-non-e’-suo-ma-e’-meglio-che-suo, e lo spirito di mamma a vegliare.  Cosi’ attaccata al modello che non solo manda tutto a catafascio quando il figlio vuol portare a casa una nuora, ma addirittura non salva il figlio facendo l’unica cosa logica - dire al Conte che cosa e’ successo. Certo, lei finirebbe al rogo comunque: ma almeno il suo amato Manrico avrebbe una chance. Last but not least, Ferrando: un uomo che regge la baracca da vent’anni almeno, con quel pisquano del Conte che non vede altro che la sua Leonora anche se c’e’ una guerra civile in corso - una guerra che sarebbe persa se non fosse Ferrando e i suoi uomini: suoi di Ferrando, che’ se il Conte sta sveglio per guardare le finestre della fanciulla Ferrando sta sveglio a tenere compagnia ai soldati tenendo viva la memoria di quel che e’ la famiglia di Luna. E li’ parte l’”abietta zingara”, e - si’ certo, come dicevo nella nota qui sotto: e’ uno stronzo  razzista, ma c’ha piu’ classe lui che tutto il resto della compagnia.

Basta, direi che ho detto fin troppo. Anche con la carica data dal Trovatore di piu’ e’ meglio che non scriva.

Ma volete mettere, i duelli?

[1]  C’e’ un complesso rapporto tra me, mio padre e Luchino Visconti. Atto primo. Avevo otto anni, non guardavo quasi televisione e vedevo poco cinema; mio padre mi porto’ all’unica lezione che tenne in un liceo. A Siena, per la precisione[1.1]. Tema: analisi delle immagini (mio padre nella vita fa quello - anche quello, meglio; comunque lo fa piuttosto bene). Il genitore mostra la prima sequenza del Gattopardo, e si dilunga sul simbolismo delle tende. Io vedo che il mio vicino di posto ha un orologio digitale con la calcolatrice, e gli propongo di prestarmelo in cambio delle mie palline magnetiche (eravamo proprio negli anni ‘80). Una cosa tira l’altra, e le ultime due file della classe non seguono la lezione per colpa mia. Io tentai di scusarmi con un “ma stavi dicendo che le tende si muovono, e quello lo vedevano tutti” - niente, bandita per sempre dalle sue lezioni, conferenze, seminari e quant’altro. Atto secondo, circa dodici anni dopo. Non avevo smesso di essere una rompipalle, ma in compenso ero anche una cinefila (anche se il termine non mi e’ mai piaciuto). Insomma: mi ero fatta una piccola cultura in materia, e anche io andavo in sollucchero perche’ le tende si muovono e quindi. Andavo molto in sollucchero, anzi. Mi sarebbe anche piaciuto seguire una delle lezioni del genitore, ma il bando era sempre in vigore. Mio padre e io stiamo discutendo, come quasi sempre, e lui lascia cadere la definizione-bomba del nostro rapporto: il tuo problema e’ che sei viscontiana, io sono rosselliniano. Ce la rimpalliamo da allora, con variazioni (che possono o non possono coinvolgere La nave bianca) - e fan dieci anni e qualcosa.
[1.1] L’albergo dove alloggiavamo era piuttosto bello, ma aveva un problema: dava sullo stadio. Il giorno della partita. Siena-Livorno. Mio padre non e’ una beghina (una tavola di Crepax e’ sempre stata in salotto senza problemi), ma quando ero bambina non si e’ mai tirato indietro dal decidere che “per quello non sei ancora abbastanza grande”, e ogni volta che qualcuno usava un termine “non adatto” mi spiegava che “quella parola non si dovrebbe usare”. Quel pomeriggio desistette da quest’ultima attivita’ dopo dieci minuti, per KO.
[2] Inutile, i duelli sono una mia passione. Effetti collaterali di un’infanzia salgariana (non vedevo quasi la televisione, qualcosa dovevo pur fare, no?).
[3] No, non vale “erano centocinquant’anni fa”: Lorenzo Da Ponte era duecentoventi anni fa e certe cose non le faceva.
[4] Dicevamo: Azucena era un’Anita. E Manrico un garibaldino. Un capo garibaldino. Garibaldi meno la barba? Forse. Leonora in tutto questo - come dire - ha qualche problema a trovare spazio. Peraltro: c’era tutta una progressione del vestito di Leonora da dama di corte a zingara - come Azucena: come se Leonora sapesse che Manrico al dunque non amera’ mai altri che Azucena.
[5] Datemi un ruolo cantato da un tenore che non sia il ruolo di un pisquano. Al piu’ mi viene in mente Almaviva, la cui intelligenza si riassume nel rendersi conto che non ce la fa, e allora meglio affidarsi a Figaro. Ma la mia cultura operistica e’ penosa, eh.
[6] La battuta finale del Conte mi fa sempre pensare che lui sia il prossimo, via suicidio. Il che lascerebbe solo Ferrando, Ines e Ruiz. Il primo c’ha sessant’anni per gamba, gli altri son come il due di bastoni quando la briscola e’ denari. (Sempre detto che Ferrando e’ il migliore. Anche se e’ uno stronzo razzista, ovviamente.)
[7] “un fanciul, prole di conti, involato al suo castello / son tre lustri”. Piu’ di diciott’anni non ha. E ha incontrato Leonora che aveva sedici anni, visto che era una “lunga stagion” prima.

Apr
29
2009
2

I gatti, Venezia, e un lieve sottotesto.

Gli amici intimi di Pratt non sapevano della sua adesione al Grande Oriente. Ma quando domandai loro se erano sorpresi dalla notizia, mi risposero tutti allo stesso modo: sì, erano sorpresi, no, anzi, a pensarci bene non erano sorpresi perché da Hugo ti potevi aspettare di tutto.

Cioe’, fammi capire: uno scrive Favola di Venezia e tu manco un dubbio? Mapperpiacere.

(Ah, non vedo l’ora di leggere il Sandokan di Pratt. Ho passato l’infanzia a divorare Salgari, il mio eroe era Yanez - ovviamente, fosse solo per lo scambio di battute a proposito della razza con Kammamuri all’inizio dei Pirati della Malesia.)

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Apr
29
2009
2

Oro nero.

A London Bridge vendono il chinotto.

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Apr
26
2009
4

Non vedo l’ora di averlo tra le zampe.

Sono io che me ne vado, di Violetta Bellocchio.

Solo la copertina val la pena di averla in casa. Poi ho l’onore di leggere quel che scrive da almeno tre lustri e non ho intenzione di smettere. E tutto questo senza contare che e’ un essere umano che ammiro infinitamente per un numero aleph-con-omega di ragioni.

Filate a comprarlo dopodomani.

Apr
25
2009
1

Buon 25 Aprile.

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Apr
21
2009
6

A questo posto ancora non ci credo (edizione evangelica).

Le signore della chiesa che frequento da queste parti si scambiano il segno della pace dicendo “Peace be with you” - e fin qui tutto normale, ma poi chiosano: “m’love“, o “m’dah-ling“.

Per dirla come loro: lovely.

(In tutto questo: domenica ho sentito una predica su quanto Tommaso avesse ragione, o perlomeno non tutti i torti, a dubitare.)

Apr
14
2009
12

Fate i vostri conti, fate le valigie.

Ogni tanto mi trovo a chiacchierare con amici rimasti in Italia su come sia andare a vivere all’estero. A volte gli amici accarezzano l’idea di andarsene anche loro dal patrio suolo - ultimamente, questo capita molto spesso: solo nell’ultima settimana ho scritto due lettere di consigli su come destreggiarsi con la burocrazia, la ricerca della casa e del cibo a Londra.

In generale, penso che un giro fuori di casa possa essere utile - i motivi sono stati esposti tante volte da rendere inutile una ennesima ripetizione. Mal che vada, quel che non strozza ingrassa. Ma non di questo vorrei parlare quanto di “cosa aspettarsi fuori dall’Italia”. Ne’ l’Eden ne’ l’inferno, a dirla in breve. Per argomentare piu’ diffusamente:

Quando si abbandona il paese in cui si è cresciuti ci sono tante cose che si lasciano dietro e si rimpiangono. Ma, siccome lo si è lasciato, evidentemente ci sono altrettante cose che ben volentieri si abbandonano. Prima di decidere uno si fa le sue due belle colonnine con i più e i meno della decisione, e poi tira le somme. (NfA, qui)

Quando attacca il trip “Ah mah come fanno all’estero”, viene un po’ di pecolla. Detto in parole semplici ed in buon francese: “Se volete le cose come all’estero, andate all’estero”. A volte è meglio, a volte è peggio, di sicuro è diverso. (Annarella, qui)

Mi sembra anche fondamentale notare che l’Estero e’ grande e grosso. Se volete il sole, andate a Barcellona e non a Glasgow (anche se a Londra vedo sicuramente piu’ sole di quanto ne vedessi a Pavia). Se vi ustionate a Pasqua in Svizzera (capitato), niente Gerusalemme. Se volete essere nella Piu’ Prestigiosa Istituzione Nel Vostro Campo, a qualunque costo, mettete in conto che magari mangerete malissimo. Se vi piace che il vostro capo vi dia del tu, gli Stati Uniti potrebbero essere una buona idea. Se avete una salute del menga e nessuno vi da’ un’assicurazione sanitaria a prezzi meno che da strozzinaggio (indovinate perche’ sono cosi’ a favore della sanita’ pubblica), magari no. E cosi’ via. Fate i vostri conti, fate le valigie. As simple as that.

E no, “mi trovo meglio qui che in Italia”, o anche “amo veramente questo posto e vorrei viverci tutta la vita” ,non vuol dire che io pensi “qui tutto e’ perfetto”. E’ una relazione d’ordine, soggettiva, e non sono nemmeno convinta che sia una relazione totale; di sicuro non e’ necessariamente la descrizione di un massimo assoluto, ammesso che ve ne siano - ne dubito.

E se vi servono consigli su come fare a venire a Londra, la mail e’ sempre restodelmondo[at]gmail.com.

Apr
13
2009
10

Comunista!

Caro troll, non e’ che se mi dici che sono comunista mi offendi: una delle mie prozie preferite votava proprio comunista (e faceva campagna elettorale all’ospizio delle suore, a novant’anni: e ditemi se non e’ adorabile, a prescindere dalla vostra posizione politica).

Solo che io non sono comunista.

Non ho votato Rifondazione nemmeno quando ha candidato Adriana Zarri, e io ho un debole per le teologhe rompiscatole. Ho qualche idea socialdemocratica, magari - sono molto a favore di uno stato sociale almeno per quanto riguarda la sanita’ e una parte dell’istruzione di base, penso che spingere i poveri ancor piu’ nella poverta’ sia una pessima idea non solo per motivi morali; ma anche queste idee non sono inserite in una fedelta’ politica.

Ma comunista, proprio, no. Tutte le volte che qualcuno mi incensa Cuba io replico piuttosto decisamente, e fintanto che il regime non cambia non penso gli daro’ i soldi delle mie vacanze (ok, qui forse sbaglio, dar soldi al cubano che cerca di metter su un ristorante alle spalle della burocrazia di Fidel non e’ cosi’ male); reputo che le liberta’ personali siano fondamentali, compresa quella di danneggiarsi; non penso che i soldi puzzino (sebbene trovi che il mito del far soldi sia dannoso, come molti miti); Orwell e’ una delle mie letture preferite; quanto ai radical-chic, don’t get me started

Insomma, ci siamo capiti: NON sono comunista. Quindi: cambia battuta/insulto/quel che vorresti fare (ma non riesci).

Qui a sinistra, una rara immagine di RestoDelMondo smascherata.

Qui a sinistra, una rara immagine di RestoDelMondo - finalmente smascherata.

(E no, pubblichero’ i tuoi commenti quando saranno commenti e non insulti - soprattutto, insulti a persone non presenti. Questa e’ casa mia e ci entra chi dico io.)

Apr
12
2009
1

Risurrezione.

Buona Pasqua a tutti.

[E' sempre curiosamente straniante cantare gli stessi inni ma in lingue diverse. Beh, magari di questo ci occupiamo a Pentecoste.]

Written by restodelmondo in: Calderone di post | Tags:
Apr
09
2009
0

Cittadinanza, etnia, e memoria storica.

Trovo, copio, incollo.

Presidente Berlusconi,

Una settimana dopo l’insediamento del Suo governo, il ministro dell’Interno dichiarava ad una trasmissione televisiva, con una ingenuità sconcertante, che tutti potevano constatare che da quando il Suo governo era ritornato al potere, non c’erano più sbarchi dei migranti sulle coste meridionali del Paese. Egli contrapponeva il presunto lassismo del precedente governo della sinistra al nuovo pugno duro della destra al potere. Soltanto che non aveva consultato la meteorologia per accorgersi che in quei giorni il mare era mosso e impediva a quei morti di fame di mettersi in viaggio.

Qualcuno è veramente convinto che esista uno solo dei migranti che prima di mettersi in viaggio si preoccupa di una qualche legge restrittiva fatta in Italia o altrove? Lei pensa che il famoso “Libretto Rosso”, che bollava i migranti italiani in America negli anni 20 come “analfabeti” e li costringeva alla “quarantena”, li scoraggiasse veramente a sbarcare nel “nuovo mondo”?

Presidente, da che mondo è mondo, i poveri che vivacchiano qui è là alla ricerca di una vita felice non hanno mai goduto di alcuna libertà.

Hanno sempre subìto. Oggi i paesi poveri si vantano del fatto che i soldi loro mandati a casa dai loro emigrati nei paesi ricchi sono il doppio dei soldi dei vari prestiti che ricevono dal sistema finanziario internazionale, anche se nel paese di arrivo sono trattati peggio dei topi da schiacciare.

Passa il tempo, ma la storia è la stessa.

Il 19 Ottobre 1945 è il governo Italiano che firmava un accordo per mandare i suoi figli a lavorare come schiavi nelle miniere del Belgio per avere in cambio 24 quintali di carbone all’anno per ogni Italiano. Un altro accordo, l’anno dopo, e cioè il 23 giugno 1946, offriva al Belgio 50.000 nuovi schiavi Italiani per quei pozzi della morte dentro i quali i belgi non volevano più scendere. Quando gli indigeni non vogliono fare un mestiere o è da schiavi o è da morte sicura.

Dieci anni dopo, a Marcinelle morirono 262 persone su 274 minatori, più della metà dei quali italiani, l’8 agosto del 1956. Ma quanti di quei 136 poveracci nostri connazionali che sono morti dentro quei pozzi sapevano che sulla loro testa era stato convenuto il “pizzo” del governo Italiano? La stessa cosa è successa nella tragedia della miniera di Monongah, nei pressi di Pittsburgh negli USA il 6 dicembre 1907. Furono dichiarati 171 morti ufficiali italiani; gli altri 135 erano senza documenti, i cosidetti “clandestini”, e furono sepolti in una fossa comune, perché anche allora, i clandestini erano trasparenti e nemmeno la morte poteva suscitare per loro la pietà umana dei beati americani, dei beati “cittadini”. Ancora la stessa cosa il 22 Ottobre 1913 con la sciagura di Dawson nel Nuovo Messico, sempre negli USA, in cui morirono 265 minatori immigrati tedeschi, finlandesi, greci, cinesi, britannici, polacchi, svedesi e italiani, di cui 146 Italiani, cioè più della metà nostri connazionali. Erano talmente inutili e trasparenti agli occhi dei nostri governanti, quei poveracci emigrati, che bisognerà aspettare 90 anni per avere un riconoscimento ufficiale da parte del nostro Paese, quando il 3 settembre 2003, nell’occasione della festa americana del lavoro (labour day) il Console Generale d’Italia a Los-Angeles, Diego Brasioli, depose una targa commemorativa nel cimitero di Dawson, diventato dal 1992 cimitero nazionale d’importanza storica, con tutte quelle croci bianche con nomi e cognomi italiani.

Oggi, gli schiavi si chiamano “badanti”.

Lavorano 20 ore su 24 per 600 Euro al mese.

Nessun italiano vuole fare quel lavoro da schiavi. Le miniere di allora sono diventate i cantieri pericolosi di oggi, le acciaierie pericolose, le concerie pericolose. Gli “Italiani” di allora, sono diventati gli “extra-comunitari” di oggi. Cambia il tempo e la scena del delitto ma le tecniche e le forti voglie dello sfruttamento rimangono uguali. Cambiano gli attori e lo spazio, ma la ruota gira nello stesso senso, nel quale tutti ci trovano il loro tornaconto, tranne che il migrante. In Italia, gli immigrati dai paesi poveri rappresentano meno del 5% della popolazione, ma sono il 50% dei morti sul lavoro e come risulta dalle statistiche ufficiali, il 70% di quei morti era al primo giorno di lavoro (che sfortuna !).

Quanti di quei poveracci che muoiono tutti i giorni nei cantieri italiani sanno che il loro destino è stato deciso da altri? Quanti di quegli ingenui sognatori della felicità che spariscono nel cimitero del Mediterraneo nel loro tentativo di arrivare sulle coste italiane sanno che sono spinti a lasciare il loro Paese proprio dai loro governanti che vogliono sbarazzarsene a poco costo e spedirli all’Estero per aspettare da loro i proventi della loro sofferenza nei paesi di arrivo? Come i migranti Italiani nei vari paesi nel secolo scorso, quei migranti sono delle vittime del sistema dello sfruttamento mondiale, vittime delle dittature che fingiamo di non vedere in quei paesi, vittime del sistema sociale italiano, l’unico dell’Unione Europea che ha lasciato scoperto l’accompagnamento della terza età con strutture adeguate statali, perché sapeva di poter avere a disposizione nuovi schiavi per ovviare a quella mancanza. E la finzione di non volerli, tramite lo stratagemma del permesso di soggiorno a pagamento, non è altro che l’ennesima trovata per indebolire al massimo la loro capacità di ribellione e il rifiuto del loro stato di schiavi moderni.

Presidente, il popolo Italiano dà l’otto per mille a dei missionari per mandarli nella nostra foresta in Africa per portare la Civiltà e insegnarci come Bianche e Neri, siano tutti fratelli e che dobbiamo amarci tutti quanti; ma quando prendiamo gusto a questa lezione di amore disinteressato e veniamo qui per completare il nostro percorso per diventare dei veri civilizzati, ci volete mettere in prigione perché non abbiamo bussato alla porta prima di entrare? Quando non basta l’8 per mille, avete introdotto il 5 per mille sempre per aiutarci, perché siete buoni, tanto buoni per noi poveretti d’Africa.

Allora c’è qualcosa che non va. Come minimo, visto la vostra bontà infinità perfino di assisterci nella nostra foresta anche quando non ci conoscete personalmente, ci saremmo aspettati che all’arrivo ci fossero tutti i nostri fratelli Bianchi ad accoglierci nel paradiso Europa, come vi sforzate a dipingere mentre siamo nella foresta.

Presidente, Lei che ha modo di incontrare il Papa, potrebbe chiedergli come si sente lui quando si autoproclama difensore dei poveri e parla anche a nome mio e poi quando arriviamo nel suo paese siamo trattati come rifiuti? E già che ci siamo, Presidente, perché non suggerisce a qualcuno dei suoi ministri di dare coerenza al suo odio per i poveri del mondo e gli Africani rinunciando ad ospitare la casa dei poveri del mondo, dei morti di fame di tutto il mondo che è la FAO? Non Le sembra contraddittorio che l’Italia, che ospita la FAO, sia proprio il Paese più cattivo con i poveri? Il più attivo a mettere in carcere i poveri del mondo perché fuggiti dalla fame e giunti fino a qui solo perché non hanno bussato?

Passano i giorni e l’odio del Suo governo verso gli stranieri dimostra di non avere limiti.

Ho deciso di scriverLe questa lettera come Africano, ora cittadino italiano, residente in Italia e come scrittore. Anche se lo scempio di discriminazione al quale stiamo assistendo gode di un silenzio assordante da parte degli intellettuali di questo paese. Martin Luther King diceva: Mi fa più paura il silenzio degli Onesti della cattiveria dei disonesti.

Presidente,

Vorrei fare una scommessa con Lei a proposito della Sua legge per i medici che dovrebbero denunciare i cosiddetti “clandestini”.

Se questa politica dura e viene applicata, conosceremo in Italia virus non noti come quello di “Ebola”.

Noi emigrati d’Africa abbiamo conosciuto il nostro primo medico in Italia nel 1992, con la famosa Legge Martelli che ci permetteva semplicemente di incontrare un “dottore”. E non era per magnanimità, ma perché c’era il riaccendersi di vecchie malattie scomparse nelle popolazioni indigene, come la tubercolosi. Questa legge ha permesso di salvare persone stranere che ignoravano di essere malati, abituati come eravamo alla semplice medicina da banco in vendita libera, per qualsiasi male.

Presidente, Lei si ricorda come è morto il ciclista Fausto Coppi? Semplice malaria. Ma i medici non lo hanno capito subito. Se i nostri medici non possono beneficiare della possibilità di confrontarsi in modo conoscitivo con le malattie tropicali che gli Africani portano con sé, come faranno a diagnosticare e salvare il malato italiano che si presenta con sintomi sconosciuti?

Presidente Berlusconi,

L’odio contro gli immigrati dai paesi poveri in tutta Europa è diventato uno sport di massa al livello governativo.

Presidente, si ricordi che il popolo Europeo nei confronti di questi morti di fame che arrivano è come nella situazione di uno che vive nella stessa casa con la suocera che non sopporta. Ma se questa, per ragioni economiche, non può vivere altrove, è lui che deve cambiare atteggiamento, costretto com’è a condividere quella casa con la insopportabile suocera.

Se qualcuno spiega al popolo italiano di non essere perfetto, essendo il paese più indebitato di tutta l’Unione Europea, con un servizio pubblico dei peggiori, il livello culturale della popolazione dei più bassi, senza parlare della criminalità organizzata ecc. e malgrado questo viene accettato dagli altri Europei, gli Italiani sarebbero meglio in grado di fare uno sforzo per accettare la convivenza con gli ospiti stranieri che sono stati costretti di accettare nella nostra casa Italia. Se non si fa questo lavoro pedagogico, arriverà anche in Italia quello che è capitato agli Italiani marginalizzati all’estero. E cioè, nasceranno tra questi nuovi migranti, nuovi comportamenti delittuosi, nasceranno nuove mafie. Più gli Italiani erano emarginati negli Stati Uniti, in Francia, o in Australia, e più si chiudevano in un comunitarismo dentro il quale si creava una specie di patto di sangue per non tradire uno con cui si condivideva la stessa frustrazione.

Sta accadendo la stessa cosa anche in Italia. I cosiddetti “clandestini” ci sono e non spariranno. La maggior parte accetterà lo sfruttamento del trasparente perché senza documenti, ma esiste una minoranza che si ribellerà e contro questa non ci sarà arma per farvi fronte. Perché ciascuno tenderà a proteggere i membri della sua comunità a qualsiasi costo. E’ cosi che nascono le guerre civili nei paesi dai quali proveniamo. Arriviamo con il virus della guerra civile nella nostra testa, ci manca solo che qualcuno ci dia il pretesto per riproporre anche qui l’unica realtà che conosciamo: la guerra tribale o etnica o razziale. Le ronde vanno bene, anche a New-York esistevano le ronde degli Irlandesi contro gli Italiani designati come il male incarnato. E sappiamo come è andata a finire e cioè che quegli Italiani (che non avevano niente da perdere) hanno sconfitto le ronde con metodi ancor più violenti di chi le aveva iniziate. Quando lo stato piuttosto che creare la pace sociale, ha il lusso di dividere i suoi cittadini tra buoni e cattivi e mettere gli uni contro gli altri, siamo solo seduti su una bomba che aspetta la sua ora per esplodere.

Le scrivo questa lettera per disinnescare la violenza quando siamo ancora in tempo. Il concetto di “Bambini Stranieri” fa parte di quella visione e esiste solo in Italia. Perché in tutto il mondo, i bambini che nascono in un Paese e crescono in quel Paese, sono di quel Paese perché non conoscono altre realtà. La loro vita, il loro orizzonte è quel paese. La frustrazione che il Suo governo sta infliggendo a questi nuovi cittadini è tale che non c’è bisogno di essere uno psichiatra per prevedere che tra non molto, anche da noi, dovremo abituarci a reazioni violente. Come è gia avvenuto in altri paesi di immigrazione prima di noi e dove hanno voluto dividere piuttosto che unire.

Sono 24 anni che sono giunto in questo Paese e dal primo giorno che sono arrivato qui, la questione Immigrazione era una emergenza. Quando eravamo in 100.000 gia si gridava che eravamo in troppi. Ci si vietava di lavorare perché studenti Africani. Dopo 24 anni, non è cambiato nulla. Si è passati di legge in legge e ognuna ha tentato, senza riuscire, di fermare l’afflusso di morti di fame.

Presidente, Le consiglio di consultare anche online le vecchie riviste di New-York degli anni 1930 per vedere che gli Italiani erano trattati peggio di come trattate oggi gli africani in Italia; ma Le assicuro: non sono le disinfestazioni all’ammoniaca che hanno impedito l’arrivo degli italiani negli Stati Uniti.

L’umiliazione che subiscono gli stranieri oggi in Italia non sarà mai un freno al loro arrivo. Potrete tenerli anche 5 anni in prigione, ma sarà sempre meglio che morire di fame o di malaria nella nostra foresta senza luce o servizi igienici. Anzi, 5 anni vorrà almeno significare essere certi di rimanere in vita e stia sicuro che nessuna umiliazione o minaccia potrà fermare un uomo che vuole solo vivere. Una volta che la sua amministrazione avrà capito questo piccolo dettaglio, forse sarà venuto il momento di cambiare registro. Qualcuno avrebbe voluto che europei e africani vivessero in due pianeti diversi cosicché gli emigrati non potessero prendere la navicella per arrivare fino a qui. Ma purtroppo, siamo non solo sullo stesso pianeta, ma siamo pure vicini di casa e non sarà il pattugliamento davanti alle coste libiche a cambiare qualcosa. L’Australia ha gia provato questo contro i Cinesi, per scoprire 10 anni dopo che la comunità Cinese in Australia era quadruplicata, proprio mentre si allestiva il presunto controllo in alto mare con immediate deportazione presso isole compiacenti dell’Oceania.

24 anni fa quando sono arrivato in Italia, eravamo in pochi, eppure si diceva già che eravamo un problema. C’era gia l’emergenza Emigrazione. Sono 15 anni che Lei è entrato in politica con un alleato che ha sempre battuto sopra quel tasto. Ma a Lei sembra che sia cambiato qualcosa in meglio da tutte le leggi fatte dai Suoi successivi governi? Dopo 15 anni, nei Consigli di Ministri, c’è all’ordine del giorno la stessa emergenza: immigrazione. A Lei non viene il dubbio che ci debba essere qualcosa che non quadra? Un’emergenza, dopo 15 anni, non è più una emergenza, è un problema serio. E un problema serio, non si risolve con proclami o slogan di compiacimento per gli elettori. Possiamo moltiplicare le leggi restrittive, moltiplicare i fogli di via, risarcire la Libia di colpe della colonizzazione, nella speranza che blocchino gli sbarchi. L’errore di chi prende queste decisioni è un piccolo dettaglio e cioè, quello di confondere un problema complesso, una malattia endemica con un raffredore che passerà appena ci si metterà al calduccio. E non saranno i molteplici rimpatri con i suoi altissimi costi per gli italiani a risolvere il problema.

Il suo Ministro dà facilmente l’esempio ai paesi europei con cui fa a gara per umiliare meglio gli Africani. Ma dimentica che ci sono altri paesi europei, che sono più civili e per questo non temono che la loro civiltà sia in qualche modo snaturata dall’arrivo di qualche morto di fame. Il Ministro Maroni fa finta di ignorare che la sua collega Svedese, che cumula le funzioni di Ministro dell’Integrazione con quelle del Ministro della parità dei sessi, è una Signora nata in Burundi da entrambi genitori Congolesi e giunti in Svezia a 12 anni. Al suo arrivo, non ha subito discriminazioni e non ha dovuto perdere 2 anni in una classe di morti di fame come lei prima di incontrare gli svedesi; anzi, come racconta lei stessa, è stata aiutata al suo arrivo da compagne di classe di 12 anni a superare le differenze di clima, di lingua e oggi lei è Ministro di uno dei Paesi più ricchi al mondo, che controlla fabbriche anche in Italia nei campi vari dell’alta tecnologia. Cosa sarebbe successo a questa ragazza se per sua sfortuna i suoi genitori fossero arrivati in Italia anzichè andare in Svezia? Avrebbe ricevuto, come i miei figli, una lettera dalla municipalità per dire che era una clandestina e che a 13 anni stava per essere cancellata dalla lista di residenti?

Il reddito pro-capite della Norvegia è 100 volte superiore a quello dell’Arabia Saudita, altro produttore di petrolio. Ebbene in quel paese, dal 18 ottobre 2007. la Ministra dell’Infanzia e delle Pari Opportunità, di nome Manuela Ramin-Osmundsen (44 anni) è Nera, e d’origine straniera essendo nata nei Caraibi, in Martinica. Qualcuno del Suo governo che collega le origini del popolo del Nord d’Italia ai Celtici della Norvegia, lo sa che quei “pazzi Norvegesi” hanno affidato il dicastero della prima infanzia a qualcuno che arriva da un paese dove non c’è la stessa cultura del rispetto dei bambini?

Presidente, pensi a cosa sarebbe successo a Michaëlle Jean, la signora di origine di Haiti che occupa il posto più alto e più antico dell’ordinamento politico canadese se si fosse fermata in Italia dopo i suoi studi all’Università di Perugia, all’Università di Firenze e all’Università Cattolica di Milano. Sarebbe forse una clandestina o una che deve sottostare alla tassa sul permesso di soggiorno. Ebbene la Jean è la Governatrice Generale del civilissimo Canada, cioè è una donna Nera nata nel paese più povero d’occidente ed è Capo dello Stato e cioè presidente del paese più vasto del mondo dopo la Russia. A Lei pare che i Canadesi siano diventati meno canadesi o meno civili perché a firmare le loro leggi è una che viene da un paese povero?

«Se i nostri problemi possono essere nuovi, quelle che ci serve per superarli non lo è. Quello che ci serve è la stessa perseveranza e idealismo che i nostri fondatori hanno mostrato. Quello che ci serve è una nuova dichiarazione di indipendenza, non solo nella nostra nazione, ma nelle nostre vite - dall’ideologia e dal pensiero limitato, dal pregiudizio e dalla bigotteria». Queste frasi sono state pronunciate da Barack Obama il sabato 17 Gennaio 2009 all’inizio delle cerimonie della sua investitura. Presidente Berlusconi, anche a Lei non è sembrato, sentendo queste parole, che Obama stesse proprio parlando a qualche membro zelante del Suo governo che scambia la lungimiranza del politico con il fatto di mostrare i muscoli ai più deboli, senza spostare il problema di un millimetro?

Ma voglio lasciare da parte l’inutile e sterile polemica, per invitarLa a fare Sua quelle dichiarazioni di Obama, pronunciate preoccupandosi di come sarà giudicato dopo 100 anni. Prenda il coraggio per rifondare l”indipendenza dell’Italia, questo bel Paese che sprofonda anni dopo anni nell’abisso dei suoi problemi troppo a lungo irrisolti. L’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea che umilia i suoi bambini nati sul territorio richiedendo per loro un permesso di soggiorno solo perché i genitori provengono da altri cieli.

Rifletta sul fatto che la popolarità delle scelte politiche non è sempre sinonimo della loro validità sul piano storico. “Non mi sono mai, nella mia vita, sentito più certo di stare facendo la cosa giusta, che quando firmai quel documento.” Abraham Lincoln dirà in seguito alla Proclamazione di emancipazione, il 22 luglio 1862. Quando il presidente francese F. Mitterand ha abolito la pena di morte in Francia, andava contro il 75% dei suoi concittadini, ma è passato alla Storia come il presidente che ha avuto il coraggio , la lungimiranza e l’intelligenza di cercare il risultato delle sue decisione politiche oltre il tempo dell’esercizio della sua funzione, oltre il tempo della sua stessa vita.

Presidente, qualche mese fa c’è stata una virulenta polemica perché Lei aveva definito “abbronzato” il nuovo Presidente statunitense. Ciò che ha creato il problema oltre Atlantico, non è stato il Suo commento sul colore della pelle del nuovo ospite della Casa Bianca, ma il Suo rifiuto della differenza, la Sua animosità per la diversità. Lei è Presidente di Consiglio di tutta l’Italia e di tutti gli Italiani, compreso me. E quando Lei manifesta pubblicamente il Suo rifiuto della diversità, Lei lo fa anche a nome mio, di una persona che è tremendamente diversa, perché io sono Nero come il carbone. Non m’interessa il giudizio che ha nel Suo cuore contro di me, questo è affidata alla Sua intimità.

Ma in pubblico Lei è il Presidente di tutti e pertanto, deve rispettare anche me, fuggito dalle tenebre dell’Africa e, ora, cittadino italiano.

Presidente,

Voglio concludere questa mia lettera aperta a Lei, parlandoLe di uno dei nostri connazionali che sicuramente Lei conosce. E’ un tale di nome Empedocle, nato nel 492 A.C., in una famiglia aristocratica di Agrigento. Era medico, ingegnere, filosofo e uomo politico. Ci ha regalato due bellissimi libri: Il Trattato della Natura e le Purificazioni.

Empedocle oppone il bene al male. Parla delle due forze antagoniste dell’amore e dell’odio e del sopravvento naturale dell’odio sull’amore.

Spiega come la nostra società è dominata dalla progressione continua della discordia e dell’odio, e che nel mondo è naturale il sopravvento delle forze della divisione e della distruzione. Per la sua azione politica Empedocle era cosi scomodo che fu cacciato dalla sua città natale, Agrigento e indotto al suicidio, che attuò gettandosi nel cratere dell’Etna nel 432 A. C., come sacrificio estremo di un uomo che voleva ad ogni costo andare contro i luoghi comuni per fare vincere l’amore e l’amicizia sull’odio e la discordia. Dopo 24 Secoli, non crede Lei Presidente, che sia il ruolo del politico andare contro le realtà scomode e agire per evitare che si consumi la fatalità del facilissimo sopravvento dell’odio sull’amore?

Cordialmente,
Jean Paul Pougala

Apr
06
2009
0

Un anno

a inseguire a colpi di email l’Algorithmic Game Theorist, ad andare a convegni sperando di incrociarlo, a sprofondare davanti a sua moglie (e collega). A immaginarlo un vero barone che non perde tempo a scrivere a una studentessa, e cose del genere.

Poi, mentre stai cercando invano di placare la tosse che ti e’ partita strozzandoti con un salatino del rinfresco (si’, alla G.W. Bush), sentire una voce timida che ti dice “ah, sei tu, grazie per la nota sul mio articolo”. Riprendersi lievemente, guardar su, trovare un sorriso gentile e iniziare a chiacchierare.

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