Apr
30
2009

Urgel viva!

(Seguono spoiler. Ma di solito all’opera si va sapendo la trama, quindi non mi pare cosi’ grave. Seguono anche succosi dettagli inediti della mia vita.)

Nulla di meglio di un bel Trovatore per tirarti su il morale.

Se poi la regia e’ tutta una citazione viscontiana[1]-risorgimentale, con Manrico in camicia rossa, Azucena che pare Anita Garibaldi, Leonora vestita da Alida Valli, aquila degli Asburgo in bella vista, bei duelli non “ci diamo due colpi stilizzati” ma “duellone romantico da cappa e spada”[2].

Se i cantanti son bravi (oh, io non sono un’esperta: ma piu’ che degni mi son sembrati proprio), e Manrico e’ pure quel gran bel figliolo di Roberto Alagna (marpione? certo. Tenore).

Azucena ha sbagliato un verso (ha cantato quello dopo, poi si e’ ripresa con assoluto aplomb), Leonora nel primo atto aveva un trucco un po’ da passeggiatrice (troppo rosso sulle labbra), un corno ha mancato di una frazione un attacco (dice il marito, io non l’ho sentito), il Miserere era un po’ veloce per i miei gusti.

Non me ne importa nulla.

Uno puo’ fare il blase’ quanto vuole, la musica in sei ottavi e il libretto dal linguaggio aulico (con quell’”infame” che segna drammaticamente la provenienza napoletana del librettista, e le vette di “come d’aurato sogno fugente imago”[3]), la trama che non regge, il protagonista che e’ un fesso e pure un po’ invischiato in un rapporto incestuoso con mamma-che-poi-non-e’-mamma[4], la protagonista che e’ una masochista (se dovete seguire un link di questo post, seguite questo). Tutto vero, percarita’.

Vero che e’ dura trattenersi dal chiosare il “Non son tuo figlio, e chi son io, chi dunque?” con un “Tu sei un tenore, quindi un pirla[5] - e l’hai appena dimostrato”. (Se non avete mai sentito il Trovatore: “mamma” ha appena rivelato di aver fatto fuori suo figlio al posto del figlio del suo rivale.)

Vero che il facepalm del marito quando Azucena ha gridato proprio il nome di Manrico proprio nell’accampamento del Conte di Luna era giustificato, e non lo dico perche’ e’ il marito.

Ma intanto: come notava Luca Fontana in un pezzo per Diario anni orsono: Il Trovatore e’ la somma di una serie di ossessioni ache si combinano in qualcosa di assolutamente, tipicamente, italiano. E se sei nato e cresciuto in Italia non puoi non ritrovarci qualcosa - se non di quel che sei - di quello in cui sei venuto su: e non resti del tutto indifferente.

Un elenco. Il pregiudizio contro la zingara, la mamma che-ce-n’e'-una-sola (anche quando non proprio) e che a colpi di passivo-aggressivo ti distrugge la vita (strepitosa la regia di certi momenti in cui Manrico non poteva far altro che mettersi le mani nei capelli, come a dire “ancora questa storia che soffre tantotanto se non faccio esattamente come dice lei, che cavolo rispondo”), la gelosia per la donna, l’eroismo che va di pari passo con l’idiozia, ovviamente la lotta tra fratelli; e persino la sensazione che la situazione possa sempre essere tragica (il libretto e’ un fiorire di scene splatter, e alla fine muoiono praticamente tutti[6]) non e’ mai seria: come puoi prendere sul serio un pezzo in sei ottavi pronto per essere usato dalla banda del paese?

Ma poi. La musica di Verdi e’ potente, seiottavi o no. Ti lascia senza fiato, anche se la conosci e ti aspetti ogni battuta. E’ bella, santinumi, bella. Ha dei momenti in cui l’armonia fa dei salti mortali e dei giochi di prestigio che non ci credi - con l’aria di essere la cosa piu’ naturale del mondo, come capita con tutti i grandi giocolieri. Solo che non e’ naturale, nemmeno un po’. Un dettaglio: uscendo dal teatro il marito commentava “ma un pezzo ha un contrappunto che pare scritto cinquant’anni piu’ tardi” (il finale della prima scena, atto primo - credo).

La maggior parte dei personaggi sono meglio del loro libretto. Manrico e’ un idiota (vedi sopra): ma anche un ragazzotto (ha diciassette anni, a occhio[7]) con una mamma ingombrante che vuole farsi strada (”giovinetto i passi tuoi d’ambizione lungi movea”, nelle parole di mamma) - probabilmente anche per mettere un po’ di spazio tra se’ e l’ingombrante genitrice che a ogni occasione ha una bella allucinazione splatter a base di roghi (”gia’ l’arso crine al ciel manda faville / osserva le pupille fuor dell’orbita loro” - ecco, una roba cosi’ come favola della buonanotte e vedi tu se non cresci con qualche issue). Leonora - no, Leonora in effetti e’ indifendibile: e’ gia’ stato detto molto qui (il link di sopra), aggiungeteci quel “entro in convento / no non entro in convento” e la fine programmazione del piano nel quarto atto… Ma il Conte, invece. Un baritono in un’opera italiana: e’ cattivo, amen. E invece e’ innamorato davvero, come un fesso (se era intelligente non si innamorava di Leonora, che va bene che l’amore e’ cieco ma a tutto c’e’ un limite), e non ha tutti i torti a voler vendicare il fratello (anche qui, nella mia fanfic me lo immagino cresciuto a colpi di “ah, il tuo fratellino, quello che la zingara ha ammazzato, lui si’ che era buono”: devastante). E Azucena, che si e’ vista la madre bruciata perche’ della razza sbagliata (iniziamo bene), e ha fatto la grossa cazzata, e ora tira avanti avvinghiata alla famiglia ideale che si e’ costruita: lei, il suo figlio-che-non-e’-suo-ma-e’-meglio-che-suo, e lo spirito di mamma a vegliare.  Cosi’ attaccata al modello che non solo manda tutto a catafascio quando il figlio vuol portare a casa una nuora, ma addirittura non salva il figlio facendo l’unica cosa logica - dire al Conte che cosa e’ successo. Certo, lei finirebbe al rogo comunque: ma almeno il suo amato Manrico avrebbe una chance. Last but not least, Ferrando: un uomo che regge la baracca da vent’anni almeno, con quel pisquano del Conte che non vede altro che la sua Leonora anche se c’e’ una guerra civile in corso - una guerra che sarebbe persa se non fosse Ferrando e i suoi uomini: suoi di Ferrando, che’ se il Conte sta sveglio per guardare le finestre della fanciulla Ferrando sta sveglio a tenere compagnia ai soldati tenendo viva la memoria di quel che e’ la famiglia di Luna. E li’ parte l’”abietta zingara”, e - si’ certo, come dicevo nella nota qui sotto: e’ uno stronzo  razzista, ma c’ha piu’ classe lui che tutto il resto della compagnia.

Basta, direi che ho detto fin troppo. Anche con la carica data dal Trovatore di piu’ e’ meglio che non scriva.

Ma volete mettere, i duelli?

[1]  C’e’ un complesso rapporto tra me, mio padre e Luchino Visconti. Atto primo. Avevo otto anni, non guardavo quasi televisione e vedevo poco cinema; mio padre mi porto’ all’unica lezione che tenne in un liceo. A Siena, per la precisione[1.1]. Tema: analisi delle immagini (mio padre nella vita fa quello - anche quello, meglio; comunque lo fa piuttosto bene). Il genitore mostra la prima sequenza del Gattopardo, e si dilunga sul simbolismo delle tende. Io vedo che il mio vicino di posto ha un orologio digitale con la calcolatrice, e gli propongo di prestarmelo in cambio delle mie palline magnetiche (eravamo proprio negli anni ‘80). Una cosa tira l’altra, e le ultime due file della classe non seguono la lezione per colpa mia. Io tentai di scusarmi con un “ma stavi dicendo che le tende si muovono, e quello lo vedevano tutti” - niente, bandita per sempre dalle sue lezioni, conferenze, seminari e quant’altro. Atto secondo, circa dodici anni dopo. Non avevo smesso di essere una rompipalle, ma in compenso ero anche una cinefila (anche se il termine non mi e’ mai piaciuto). Insomma: mi ero fatta una piccola cultura in materia, e anche io andavo in sollucchero perche’ le tende si muovono e quindi. Andavo molto in sollucchero, anzi. Mi sarebbe anche piaciuto seguire una delle lezioni del genitore, ma il bando era sempre in vigore. Mio padre e io stiamo discutendo, come quasi sempre, e lui lascia cadere la definizione-bomba del nostro rapporto: il tuo problema e’ che sei viscontiana, io sono rosselliniano. Ce la rimpalliamo da allora, con variazioni (che possono o non possono coinvolgere La nave bianca) - e fan dieci anni e qualcosa.
[1.1] L’albergo dove alloggiavamo era piuttosto bello, ma aveva un problema: dava sullo stadio. Il giorno della partita. Siena-Livorno. Mio padre non e’ una beghina (una tavola di Crepax e’ sempre stata in salotto senza problemi), ma quando ero bambina non si e’ mai tirato indietro dal decidere che “per quello non sei ancora abbastanza grande”, e ogni volta che qualcuno usava un termine “non adatto” mi spiegava che “quella parola non si dovrebbe usare”. Quel pomeriggio desistette da quest’ultima attivita’ dopo dieci minuti, per KO.
[2] Inutile, i duelli sono una mia passione. Effetti collaterali di un’infanzia salgariana (non vedevo quasi la televisione, qualcosa dovevo pur fare, no?).
[3] No, non vale “erano centocinquant’anni fa”: Lorenzo Da Ponte era duecentoventi anni fa e certe cose non le faceva.
[4] Dicevamo: Azucena era un’Anita. E Manrico un garibaldino. Un capo garibaldino. Garibaldi meno la barba? Forse. Leonora in tutto questo - come dire - ha qualche problema a trovare spazio. Peraltro: c’era tutta una progressione del vestito di Leonora da dama di corte a zingara - come Azucena: come se Leonora sapesse che Manrico al dunque non amera’ mai altri che Azucena.
[5] Datemi un ruolo cantato da un tenore che non sia il ruolo di un pisquano. Al piu’ mi viene in mente Almaviva, la cui intelligenza si riassume nel rendersi conto che non ce la fa, e allora meglio affidarsi a Figaro. Ma la mia cultura operistica e’ penosa, eh.
[6] La battuta finale del Conte mi fa sempre pensare che lui sia il prossimo, via suicidio. Il che lascerebbe solo Ferrando, Ines e Ruiz. Il primo c’ha sessant’anni per gamba, gli altri son come il due di bastoni quando la briscola e’ denari. (Sempre detto che Ferrando e’ il migliore. Anche se e’ uno stronzo razzista, ovviamente.)
[7] “un fanciul, prole di conti, involato al suo castello / son tre lustri”. Piu’ di diciott’anni non ha. E ha incontrato Leonora che aveva sedici anni, visto che era una “lunga stagion” prima.

3 Comments

  • prosaica says:

    bellissimo post anche per me che con la musica ho un rapporto difficile. Siena Livorno mi pare una brillante introduzione al turpiloquio (forse un po’ sbilanciata in direzione bestemmie). Io sono toscana quindi a otto anni sono andata allo stadio senza problemi, ma so che voi nordici siete delicati.

  • Prosaica: a quanto ricordo, il tema piu’ ricorrente degli spalti di Pisa-Livorno era la condotta sessuale delle parenti e congiunte. Ma puo’ anche darsi che abbia completamente rimosso le bestemmie.

  • falecius says:

    “ma so che voi nordici siete delicati.”
    Non certo i veneti (per tacer dei friulani).

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