[Il mio già scarso puritanesimo si prende una pausa. L'inevitabile post su quella faccenda un'altra volta.]
Dunque: l’abbiamo già visto due volte. Anteprima e Imax. Lo vedremo una terza, in attesa del DVD.
Notare il plurale. Qui Star Trek è una faccenda di famiglia.
Non è solo di famiglia quella di origine, di quando ero bambina e lo vedevo ogni tanto con mia mamma e ci piaceva tanto come ci piaceva tanto Asimov e poi io Spock e Uhura li guardavo a occhi spalancati. (Abbiamo presentato, nella serie cliché: l’infanzia della matematica con una passione per i diritti civili.)
No, c’è proprio una storia precisa. Tratta di come ci siamo trovati a essere una famiglia io e il marito. Vediamo… tenere un blog permette di conservare un po’ di memoria in più… scartabelliamo…
Il 22 aprile 2004. Avevo appena aperto un blog, sobillata da Violetta. Ero single e generalmente in cerca di una ragazza per cui non perdere troppo la testa, ma magari qualche notte di sonno sì. E scrivevo un post svaccato. “Mi piace Star Trek, in particolare Data, e la salsa di soia” - profondo, eh? Rivelatore, non trovate? Ma il post dava il via a una reazione a catena, in un altro blog e nei suoi commenti. E poi da un altro blogger che aveva commentato il primo. Che il 4 giugno seguente incontravo davanti al cinema Odeon di via Santa Radegonda. E rimanevo COSÌ. Occhi spalancati davanti a quel nivore (d’estate all’ombra di un portico i biondi sono sempre più biondi), e un generale senso di ah, eccolo lì, quello lì, proprio lui, l’avrei riconosciuto tra mille (e infatti l’ho puntato subito anche senza averne mai visto la faccia). E ora di luglio eravamo tra le braccia l’uno dell’altro. E ancora un anno, e vivevamo insieme. E un anno e mezzo ancora, e decidiamo insieme - ma l’eroe alla fine è lui. Inciso: i trekker capiranno il titolo di quest’ultimo post linkato (e perché mi ci opposi un po’, a quel titolo, con un sintetico ma sentito Worf porta sfiga1 ). E qualche mese dopo abbiamo le fedi al dito. E ora son quasi tre anni da quel giorno, ed è qui che dorme beato nel nostro letto2.
Dicevamo.
Il film, Star Trek, 2009, di J.J.Abrahms.
(Trama: Una nave arriva dal futuro, cambia i destini di un giovanotto - e di quelli che nel futuro sarebbero stati i suoi compagni di viaggio. O forse i destini, anche cambiati, non possono che riportare le persone dove devono essere?)
Siamo logici. Andiamo per punti.
Ha un cast che recita. Karl Urban è, per rubare le parole di John Ford a Claire Trevor, così bravo che non te ne accorgi - salvo non riconoscerlo da The Lord of the Rings. Gli altri sono una delizia - la meno solida è probabilmente Zoë Saldana, ma regge comunque sempre, regge anche la battuta “I’ll be monitoring your frequency”. Ah: sono una serie di pezzi di [ehm!] bei fanciulli ambosessi, di varî tipi di bellezza. Quindi solo l’eye candy factor è alle stelle. Il meno bello è Simon Pegg, ma compensa con la vis comica, e Simon Pegg che fa Scotty3 è un sogno per qualunque geek che si rispetti.
Ha una regia non “point and shoot” - per la prima volta dal film di Wise, che infatti era un regista con i controsperoni. Stacchi rapidi, camera a mano ma non pesantemente (anche grazie agli stacchi rapidi), con inquadrature ben composte e movimenti di macchina pensati (il passaggio da Kirk a Spock nell’imbarco sull’Enterprise, per dire - tutto quello che devi sapere sui due ti viene spiegato in un piano sequenza senza parole o quasi).
La sceneggiatura riesce a farsi capire da chi non ha mai visto un episodio (ok, all’inizio devi aspettare dieci minuti per un paio di chiarimenti: ma capita in molti film); per gli altri ci sono i vecchi personaggi con una spezia nuova, con una seconda giovinezza; per i fan ci sono tutte le battute al punto giusto, compresi i 47, una Picard manoeuvre4, “I am, and shall always be…”, un’orioniana in reggipetto (in una scena irresistibile), dump the core (poteva mancare?), la redshirt e ovviamente la Kobayashi Maru. Dulcis in fundo la storia non sono tre episodi incollati insieme (sesto film, non far finta di nulla, sto guardando te). E ha il coraggio di prendere pezzi del passato (personaggi della serie originale, psicologie da The Next Generation5, quasi da Deep Space 96 ) per fare qualcosa di nuovo e (spoiler! da qui alla fine del paragrafo! spoiler!) resettare tutto davvero.
La musica c’è, è nuova (tradizionalissima, eh, percarità) ma alla fine si sente quella originale senza quelli che il marito ha definito diplomaticamente come i fottutissimi bonghi, mio dio, i fottutissimi bonghi7. OK, la musica è il campo in cui l’Eterna Disfida Star Wars/Star Trek è vinta certamente dal primo per un KO al primo round8 quindi non aspettatevi il mondo.
La nave del cattivo è bellissima. Bellissima. Un polipo di piombo appuntito e nero.
Scene e costumi fanno sognare al punto giusto, come ci si aspetta dal genere.
Gli effetti sono dell’ILM, una certezza.
Al dunque (tesi): io lo consiglio, salvo severa allergia alla fantascienza; per ovvî motivi di genere consiglio anche la visione su grande schermo. Per le ragioni esposte all’inizio del post potete pensare che non sia esattamente oggettiva: ed è vero, non lo sono. Ma sappiate che dir bene di un film che non mi piace mi è impossibile anche per far felice il marito.
Insomma (corollario): filate al cinema, è roba buona.
- una specie di vendetta del “black guy gets it first”, osservabile anche nel caso di Jake Sisko; in The West Wing nel caso di Charlie Young; in ER nel caso dei dottori Bennett e Kovac’ (che non è nero ma è etnicamente connotato comunque) [↩]
- non lo sveglia nemmeno una rissa tra il cane psicolabile dei vicini e - una volpe? uno scoiattolo? un gatto asmatico? [↩]
- per chi non ha mai visto nemmeno un episodio: l’Ingegnere Che Fa Miracoli [↩]
- a proposito: voglio Zachary Quinto in Vulcan Love Slave - part 2. Su le mani nei commenti, ditemi che almeno in due cogliete la citazione [↩]
- di nuovo per quelli che non hanno mai visto: la seconda serie di Star Trek - stesso universo, qualche anno dopo, nuovi personaggi [↩]
- la terza serie, la mia preferita nonostante Patrick Stewart nella seconda o un dottore melomane, una capitana e un’ingegnera nella quarta [↩]
- immaginatevi queste parole declamate a gran voce nell’atrio della Waterloo Station deserta. Ditemi che non è comico. [↩]
- o meglio al secondo, con l’Imperial March [↩]


