Jun
28
2009
26

Non vergognarsi più.

…and the dead will be commemorated and will struggle on with the living, and we are not going away.

We won’t die secret deaths anymore.

The world only spins forward.

We will be citizens. The time has come.

(Angels in America,finale.)

Questa notte quarant’anni fa, a New York. Qualcuno decise che non si vergognava più. Che poteva ordinare un bicchiere di alcolici come ogni altro cittadino. Che poteva vestirsi senza avere tre capi di abbigliamento del tipo giusto. Che poteva tenere per mano chi amava. Che pagare mazzette alla polizia e pizzo alla mafia era al di sotto del proprio valore di esseri umani - di cittadini.

I racconti sono confusi. C’è una transessuale spintonata che dà una borsettata a un poliziotto. C’è una lesbica - una di quelle che in inglese si chiamano butch e in Italia, con fine espressività, camioniste - che si agita, e grida alla folla “Perché non fate qualcosa?”.

And at approximately 2 a.m. on Saturday, June 28, the gay men decided they weren’t going to take it anymore. The clash outside the Stonewall went on for 48 more hours and become famous as the riots that started the gay-rights movement. (sul NYT c’è il racconto del loro cronista di allora - ovviamente all’epoca era l’ultima ruota del carro, che vuoi che sia un’ennesima retata in un bar di froci?)

Non erano persone con le spalle coperte. Quelli con le spalle coperte - almeno in maggioranza - facevano la loro tranquilla vita nell’armadio: non chiedevano dignità e diritti e si accontentavano dei privilegi che riuscivano a raccattare. Attorno a quel bar quella sera giravano soprattutto quelli poco presentabili tra quelli poco presentabili. Quelli che quando la polizia attacca replicano con canzoni oscene, e vaffanculo il mondo.

Va detto che né quelli con le spalle coperte né quelli in quel bar probabilmente immaginavano di poter avere davvero diritti e dignità pari. Se hai vissuto in un sotteraneo la tua vita, come puoi immaginare il sole?

Ma lo sapevano, in qualche modo: prima ancora di immaginarlo.

A noi, loro figli e nipoti - in spirito, se non nella legge o nella biologia - tocca saperlo, e lottare perché lo sappiano tutti.

Il primo passo ce l’hanno fatto vedere, quarant’anni fa, quelli più disperati di noi: non vergognarsi di chi siamo.

Essere orgogliosi.

E poi si lotta.

Non sarà sempre facile.

Non sarà sempre breve.

A volte sarà inaspettato.

Ma saremo cittadini.

Buon Pride.

(Per leggere un po’ - la rassegna stampa di Towleroad. E l’articolo del NYT linkato sopra vale davvero la pena. Wikipedia è meravigliosamente dettagliata.)

Jun
27
2009
2

Dis/ability.

[Un post che è partito in un modo, ma poi mi sono trovata a dire cose che prima o poi avrei detto e quindi tanto vale stiano qui.]

Sto diventando bravissima a usare Excel (cioé: Gnumeric, per la precisione) a forza di tenere il mio mood diary, ossia un simpatico foglio di calcolo in cui segno ogni giorno il mio umore, in una scala da -5 a +5. La scala, tradotta, va da “tentativo di suicidio” a “parlo con San Michele Arcangelo”; non sono mai arrivata agli estremi, soprattutto in alto; da qualche tempo le mie fluttuazioni vanno da qualche raro -4 (”bloccata a letto senza riuscire a muovermi, piangendo e pensando di morire”) a qualche ancor più raro1 +2 (”un po’ inquetantemente iperattiva”).

Per gli odiosi episodi misti - in cui sei depresso e ipomaniaco insieme - c’è una casella a parte. Così come ci sono le caselle “fatto tardi ieri sera?” “ore di sonno” “pisolino nel pomeriggio?” (dormire troppo è Pessimo Segno). Non escludo di aggiungerne altre (ma non bevo abbastanza té, caffé o alcolici da giustificarne una casella fissa: se esagero con il frappuccino lo segno sotto “varie ed eventuali”).

Se penso che due anni fa il mio umore era normalmente o -4 o +3 (”ehi! gli alberi sono verdi! ma proprio verdi!”), con rivoluzione bisettimanale più mini-fluttuazioni, tipo “mattino a letto a piangere, tardo pomeriggio faccio i compiti e risistemo tutta la cucina ascoltando Wagner e vedendo un film, sera di nuovo a piangere disperata2 ma camminando per casa come un’ossessa”34, c’è proprio da essere felici.

Se penso a tutti quei giorni con il tagliando negativo (nell’ultimo mese e mezzo la maggioranza), ce n’è di strada da fare.

On a side note: la medicina che mi sta tenendo (relativamente?) stabile ha un nome buffo. Secondo il marito sembra un epilatore. Secondo me un gigante biblico. Credo converrete che la convergenza di queste due assonanze è quantomai surreale.

Per chiudere, un appunto: non confondete infelicità e depressione. Essere depressi non vuol dire essere infelici - così come non vale il contrario. Io sono una persona fondamentalmente felice, o almeno lo sono più o meno da quando ho diciannove anni5; mi godo la vita, so di tutte le mie fortune - troppe e spesso troppo profonde per nominarle qui e ora. Soffro di una malattia che mi dà momenti di depressione, così come altri soffrono di asma6. Quando sono depressa non sono nemmeno infelice, sono oltre l’infelicità; è come paragonare avere male a un piede a non averlo tout-court. Anche la stanchezza della depressione7 non è la stanchezza di una cattiva notte di sonno o di un giorno di lavoro duro: è un altro tipo di spossatezza, che posso solo paragonare agli effetti collaterali di un cancro8 o di una chemioterapia nei primi mesi (qualcosa di patologico, appunto). Per contro, l’ipomania non è felicità: è una sensazione lisergica. Non ho mai provato cocaina, ma dai racconti deve essere qualcosa del genere - infatti ci sono abbondanti casi di bipolari cocainomani per ricreare l’effetto dell’ipomania. (Insomma, ho la cocaina made in RestoDelCervello. Sarà per questo che sono antiproibizionista?9) Quando non sono depressa o ipomaniaca sono ragionevolmente felice, normalmente con le scatole girate (più raramente, visto che sono una Pollyanna: quando capita so essere anche una discreta furia), banalmente presa da altro che non sia come sto. E visto che non è qualcosa di scontato, me lo godo profondamente.

Prossima puntata: voi bipolari che siete così brillanti, feat. queste esperienze ti fanno crescere (due palle che poi ti cascano, se mi perdonate la battuta in Dolce Stil Novo).

E poi, il corollario e Grande Domanda:  ma sono io o è la malattia? Anche se non credo di poter superare questo splendido post di Seaneen Molloy (splendido anche per gli standard di S.M.).

[Ho un po' di sassolini da levarmi dalle scarpe su 'sta faccenda. Nulla come scriverne, mi sa.]

  1. una parte di me direbbe “ahimé troppo raro”, ma ovviamente sono un’adulta e una paziente responsabile e so che è solo un’illusione di produttività e - ecchediamine, ho una malattia che a volte ti fa stare troppo bene e devo lamentarmene e cercare di stare alla larga da quegli episodî? Ma vi rendete conto? []
  2. no, non perché il film fa notoriamente schifo. []
  3. sono un simpatico caso di rapid cycling, e non si tratta di biciclette. []
  4. e ho anche fatto tutti gli esami del master in quello stato, perché sono veramente giù di zucca, altro che bipolare. []
  5. tu guarda, da quando ho iniziato a uscire dall’armadio. Le coincidenze. []
  6. mio padre, ad esempio. Mai portarlo a vedere un film comico senza l’affare, o ci rischia le penne. Ditemi se non è una seccatura. []
  7. se sei depresso sei anche stanco. E a volte ti si bloccano le gambe, come se non ci fosse energia per mandarle avanti. Io ci sono finita per terra un bel po’ di volte. []
  8. uno dei sintomi di alcuni tumori è essere spossati. Sappiatelo, queste cose salvano le penne. []
  9. no, non è per questo. []
Jun
26
2009
6

Eroi.

Il marito è finito su Slashdot.

Io, che di mio sarei un perfetto target per questo spot, sono il ritratto della mogliettina orgogliosa.

(I piatti li lava comunque lui, sia ben chiaro. :P)

Jun
26
2009
2

CorSun.

Complimenti per la finezza al Corrierone che sbatte in cima alla homepage il primo piano di Michael Jackson portato via in barella verso l’ospedale dove ne dichiareranno il decesso.

Jun
25
2009
13

Guy’s Hospital - il centralino. Recensione.

Dovevo prenotare un appuntamento - o meglio, dovevo chiedere di anticiparne uno - al Guy’s Hospital.

(No, non è nulla. Sono io ipocondriaca. Ma non mi va di rischiare.)

Prima telefonata: mi si para davanti lo scoglio del centralino automatico che non mi capisce; mi sento Chekov nel nuovo Star Trek1, poi capisco che si chiama “Breast Clinic” e non “Breast Unit”2 quando dopo il terzo tentativo vengo passata a un operatore; l’operatore mi dice che il professore non è in studio, di riprovare dieci minuti dopo all’interno - che mi fornisce.

Seconda telefonata: l’infermiera chiede quale sia il problema, capisce rapidamente che no, sono sempre paziente lì anche se l’ultimo controllo era sei mesi fa, mi passa al signore che gestisce gli appuntamenti dandomi anche il numero interno nel caso cadesse la linea; la linea non cade, no, non ho il mio hospital number, spelling del cognome che viene capito alla prima volta3, appuntamento tra meno di due settimane4.

Tempo: venti minuti, cinque al netto dell’aspettare che il dottore rientrasse.

(Per il resto, dell’ospedale conosco solo la suddetta “Breast Clinic”, che mi ha sempre fatto una buona impressione - ma era solo una faccenda di controlli post-radioterapia, quindi nulla di trascendente. Ah, un’avvertenza: prendete bene nota di dove volete andare se entrate al Guy’s - meno al St.Thomas5. E’ enorme, labirintico, e rischiate di perdervi. Chiedetemi come lo so.)

  1. filate a vederlo. []
  2. io qui mi immagino la tetta gigante di Woody Allen che va in ospedale. []
  3. non mi capita quasi mai, nemmeno in Italia: quando andiamo fuori a cena diamo il cognome del marito; se sono con i miei e basta quello di mia mamma. Non è un cognome particolarmente strano, è un banalissimo cognome trentino che finisce pure in vocale: ma nessuno pare capirlo. []
  4. così non solo faccio l’anniversario di matrimonio con il marito alle Canarie, ma pure con il pomeriggio in ospedale. Spero che almeno passino con il té - di solito lo fanno. Fortuna che per la sera ho un biglietto per il Barbiere a Covent Garden. []
  5. che tu guarda è esattamente dove dovrebbe essere l’ospedale dove si svolge Smith & Jones. No, non ho visto blue box parcheggiati lì fuori. []
Jun
25
2009
0

Utilità del blog.

Nello scrivere un post (che va limato, se mai sarà pubblicato) ho ritrovato il ristorante in cui ho ripreso a mangiare durante la chemioterapia. Spero non abbia cambiato gestione, per me fu un pranzo magico - letteralmente, la sera prima non riuscivo a mangiare la bresaola perché troppo pesante e lì mi pappai pesce in carpione e anguilla marinata. Se ci capitate, fatemi sapere.

Jun
23
2009
2

Sempre a proposito di donne iraniane.

Questa

Keep calm and carry rocks.

Keep calm and carry rocks.

mi sembra meravigliosa.

Jun
21
2009
1

A questo posto ancora non ci credo/My Fair Lady edition.

Avete in mente Royal Ascot? Massì che l’avete in mente. Cavalli, quarti di nobiltà e nobiltà intera, cappellini incredibili, la Regina in carrozza e Audrey Hepburn che grida “ma che ti pesa il culo?”.

Io tutti gli anni sono lì a spulciare tutte le foto dei cappelli, ovviamente - ma lì ormai sapete che è una mia tara (ereditaria, mi dicono, ma qui divaghiamo).

Comunque: sapete come ci vanno ad Ascot i signori in tight e le loro compagne comprese di cappellino? Beh, almeno: un bel po’ di loro?

In treno. Ci vanno in treno.

Waterloo Station, sabato mattina. Un Philip Treacy, a occhio. Glielo invidio, sì.

Waterloo Station, sabato mattina. Cilindri e un cappellino - di Philip Treacy, a occhio. Ditemi se quella piuma non è una delizia dei sensi.

Treno as in: trasporto pubblico di massa. Quello dei pendolari.

A volte mi innamoro proprio di questo posto.

Jun
19
2009
6

Fascisti non dell’Illinois.

Né su Marte, purtroppo: molto più vicini.

Che in un Paese con il passato dell’Italia1 ci siano delle formazioni paramilitari che “garantiscono l’ordine” non mi piace affatto.

Se poi le formazioni hanno un simbolo di un passato mitico

La mitica età dell’oro, che finì circa 13000 anni fa, durò sotto gli influssi del Sole Nero, determinando negli uomini che abitavano il pianeta facoltà psichiche e spirituali straordinarie e in grado di creare delle civiltà superiori a quelle che sarebbero venute dopo.

la faccenda mi piace ancora meno.

Se poi il simbolo è diviso con un partito - beh, insomma, un partito in divisa, corporativista, antiparlamentare, razzista e contro la libertà di stampa: possiamo dire fascista?

[il] Partito Nazionalista Italiano (Pni): la nascente formazione politica che sta dietro alla Gni. Anche i membri del Pni avranno un’uniforme: la stessa della Guardia Nazionale Italiana. Il programma politico del Pni, di stampo statalista e collettivista, prevede tra l’altro la pena di morte per “gli usurai, i profittatori e i politicanti”, la lotta “contro il parlamentarismo corruttore” e la creazione di “un forte potere centrale dello Stato” e di “camere sindacali e professionali”, il diritto di cittadinanza e l’accesso alle cariche pubbliche “solo per chi sia di sangue italiano”, lo stop a “ogni nuova immigrazione di non-italiani” e l’immediata espulsione forzata di “tutti i non-italiani che sono immigrati in Italia dopo il 31 dicembre 1977”, il divieto di pubblicazione di “giornali che contrastano con l’interesse della comunità” e l’abolizione di tutte le organizzazioni e istituzioni “che esercitano un influsso disgregatore sulla nostra vita nazionale”.

qualche brivido inizia a venire.

Voglio dire: non sono solo i nazisti dell’Illinois,

sono una ONLUS riconosciuta.

Giovanni spiega un modo più originale per prenderla sul ridere che mi pare d’uopo riportare:

Saya, in arabo, vuoldire “turista”, era una parola fondamentale da dire ai negozianti palestinesi, per farsi fare il prezzo buono: “non sono un turista!”, quindi mi fa ancora più ridere.

Ma poi vedo qualcosa che batte tutto. Sarà il mio torbido passato cinefilo. Il programma di Saya è una trascrizione quasi letterale di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto.

L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i POTERI e le AUTORITA’ COSTITUITE.

L’uso della libertà che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni.

Noi siamo a guardia della Legge che vogliamo IMMUTABILE SCOLPITA NEL TEMPO. Il popolo è minorenne, la Nazione malata; ad altri aspetta il compito di curare e di educare.

A NOI IL DOVERE DI REPRIMERE, LA REPRESSIONE E’ IL NOSTRO CREDO.

REPRESSIONE E CIVILTÀ. (qui; il video è da Lameduck)

Mi chiedo se siano finti, a questo punto.

Ma intanto ci sono vere foto di veri ministri che si fanno fotografare a braccio teso, alla faccia dell’apologia di fascismo2. E il carabiniere lì accanto non dice nulla.

Quasiquasi rimetto in prospettiva il BNP.

  1. prima che qualcuno attacchi il disco “esterofila! antiitaliana!”: lo direi anche della Germania. Meno della Svizzera o dell’Olanda, invece. []
  2. per inciso, io non sarei nemmeno contraria ad abolirlo come reato: ma intanto c’è. []
Jun
19
2009
36

La mamma dei cretini

è incinta anche nel Canton Ticino. Un amico mi scrive che “un compagno del PCS [Partito Comunista Svizzero]”

si chiede se è normale in una “feroce teocrazia islamista medievale” che l’aborto e il divorzio siano legali, che la prostituzione sia ammessa, che lo Stato paghi l’operazione chirurgica per cambiare sesso, e che a scuola si legga Dante, Petrarca, Boccaccio e Italo Calvino…

Ah, beh, se si leggono Dante e Calvino come possono essere cattivi.

Gli ho risposto con gli esempî standard (velo obbligatorio, lapidazione delle adultere, impiccagione per gli omosessuali, libertà di stampa ristretta, testimonianza delle donne di valore dimezzato), e un *vaffanculo* (quando ci vuole…) al “compagno”.

Mi girano ancora le scatole, però.

(Nota: l’amico non condivide il parere del “compagno”, afaik. Si limita, da idealista impenitente qual è, a notare che Moussavi non abbia esattamente una storia da amico della democrazia e della libertà: ma in quello non è certo solo.)

Jun
16
2009
16

Di nuovo veli; e scarpe.

Non conosco l’Iran abbastanza da decifrare il codice dei vestiti delle donne alle manifestazioni per i brogli elettorali. Ma intuisco che un codice ci sia - dopotutto, in un Paese in cui un tacco troppo alto può darti problemi con la polizia un capo d’abbigliamento può sempre essere politico; e per una volta non è aria fritta da stilisti. Quanta testa scoperta, i colori, le Converse, i jeans, il chador. Peraltro: sono donne tra loro molto diverse, questo mi pare chiaro. Eppure sono tutte lì in piazza.

Solo una sciarpa rosa, le braccia mezze scoperte.

Solo una sciarpa rosa, le braccia mezze scoperte.

Jeans, Converse arancioni e un chador che lascia fuori una bella ciocca di capelli.

Jeans, Converse arancioni e un chador che lascia fuori una bella ciocca di capelli.

Chador, veli su veli; jeans solo per una. Non hanno paura di scontrarsi fisicamente con degli uomini, peraltro.

Chador, veli su veli; jeans solo per una. Non hanno paura di scontrarsi fisicamente con degli uomini, peraltro.

Sperando che non sia per nulla.

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