Ogni tanto capita di sentirselo dire. Ma se io non sono omofobo che male c’è se dico frocio? Ma dopotutto che serve non dire negro?
Il punto è: serve.
Lasciamo stare chi pone le domande di cui sopra in malafede: si commentano da soli.
Lasciamo anche stare il banale (ma valido!) ragionamento di quel noto bombarolo di Beppe Severgnini: “Se mi dicono che il termine dà fastidio a qualcuno, non lo uso”. (Lo disse in una conferenza alla LSE.)
Partiamo dal presupposto che tutti noi preferiamo una società in cui il colore della pelle e l’orientamento sesuale sono ininfluenti nell’avere diritti o opportunità.
Peccato che non ci viviamo.
E peccato che l’inconscio sia (come mi disse una saggia donna) una brutta bestia.
Ci sono anche i dati a provarlo: per gli americani interrogati da un sondaggio omosessuali e gay e lesbiche sono due cose diverse. A cui accorderebbero diversi diritti (diversa possibilità di servire nelle Forze Armate, nella fattispecie).
Quindi: se sei antirazzista, se sono per la parità dei sessi e degli orientamenti, per favore, evita di diffondere certe parole.
Se non perché è corretto, perché è utile.
[Postilla. Ero al Pride di Londra con il consorte e un amico (noi tre, e un altro milione di persone. Yay!). Mostro all'amico il nostro biondo sindaco in prima fila. "Ma è gay?" "No, mi pare sia sposato." "E' Labour?" "Tory." "Lo fa per i voti o perché ci crede?" "Fa davvero differenza, se sei un cittadino? E' il segno che abbiamo vinto noi."]
[Ari-postilla: sull'uso di "gay" come insulto segnalo Wanda Sykes (grazie Watkin) e Lisa Simpson. Sono dirette soprattutto a un mondo anglosassone, ma funzionano anche con quello italiano dove anche i computer possono essere froci.]
E ora, via con i commenti.