[Link e abbellimenti li aggiungo domani.]
Sveglia alle sei e mezza dopo tre ore di sonno - nemmeno le descrizioni delle manovre di Kutuzov facevano l’effetto-Valium sperato, anche perché continuavo a saltare avanti alla fine del secondo libro, a piangere di commozione, a tornare alle manovre, poi di nuovo al mio Pierre… Insomma, resta: sveglia alle sei con tre ore di sonno.
Mi rendo decente, impacchetto tutto il dovuto, diamine la borsa pesa ma non voglio perdere il treno e me la scammellerò, non si sa mai.
Treno perso per due minuti.
Vabbé, passiamo il quarto d’ora con un caffé e un succo di frutta.
Telefonata a mamma di buongiorno, divertitevi a vedere il castello, “ah, hai visto una scena di? Ma dài che hai capito che parlava con la sorella del suo lavoro, non è poco, hanno l’accento gallese, in America capirai tutto”.
Treno. Un signore meraviglioso mi fa passare verso l’ultimo posto a sedere.
South Kensington. “Alle 9 e 40 sono a lezione, amore - te lo dico adesso buon anniversario.”
“Je suis désolé, madame, est-ce-que vous pouvez me donner mon dévoirs de la dernière leçon?” (Antefatto: ieri sono stata male in stazione e ho saltato, incavolandomi come una iena. Devo studiarmi da sola il congiuntivo. Vabbé, è andata.)
Pranzo. Tiriamoci su andando da Tokyo Diner.
Chiuso per guasto all’impianto elettrico. Intanto piove.
Sul megaschermo in Leicester Square passa il trailer di Harry Potter. Al contrario - la gente cammina indietro, gli incantesimi rientrano nelle bacchette, la gravità è sfidata. Non si riesce a staccare lo sguardo dallo schermo. Lisergico.
Itsu a Long Acre. Proviamo il nuovo piatto. Mi dimentico di nuovo che i prezzi segnati non sono quelli eat-in. Amen, crepi l’avarizia.
Il piatto nuovo fa schifo, e mi toglie la fame. Pessimo segno.
Si gela. Anche con la giacca e la sciarpa di lana.
Corsa da Gap in Piccadilly Circus a prendere qualcosa in saldo a maniche lunghe e da Boots a prendere le calze.
Immantinente torna il sole in compagnia di almeno 22 gradi Celsius su Piccadilly.
Finalmente, quello per cui ieri fino alle tre continuavo a rigirarmi: Guy’s Hospital.
In ritardo, perché la Jubilee si ferma cinque minuti. Almeno stavolta non mi sono persa tra i reparti.
“Non c’è da preoccuparsi, ma qualcosa c’è. Fissa l’appuntamento tra un anno come al solito, però intanto facciamo mammografia e eco - tanto volevo iniziare a fartele. Ti chiamo non appena so i risultati. Venerdì questo ti va bene per gli esami?” Va bene. Quattro di pomeriggio e sì, ci sono le infermiere che prendono appuntamenti. Devo fotografare le vignette che hanno in reparto - umorismo da medici, mi piace sempre.
Quattro e dieci, sono a London Bridge. Comunico la notizia a marito e mamma.
“Amore, l’anno prossimo l’anniversario magari possiamo…” “Sì, lo passiamo insieme, o almeno ci proviamo. Intanto quando torno andiamo da Chisou e pasteggiamo a sake.” (Va anche detto che questa seccatura è la scusa per raddoppiare i festeggiamenti.)
Si sono riaperte le cateratte. Io fino a Bank non cammino. Vado verso la Northern. Ritardi. Torno indietro; Jubilee e Piccadilly fino a Holborn.
Cinque minuti per guardare la posta nell’atrio dell’università. La lettera che attendo non arriva.
Arriva l’amica.
Tour di Sainsburys per capire cosa prendere se ha solo un microonde per cucinare.
Dieci minuti in camera sua per darle tempo di cambiarsi, poi Masala Zone. Le piace, meno male.
Entriamo a Covent Garden al pelo.
Antonio Pappano sale sul palco e spiega che Rosina ha una caviglia rotta, quindi tutti i movimenti di scena sono stati modificati in due giorni per permetterle di cantare da una sedia a rotelle. Il pubblico applaude, felice e pronto a divertirsi.
Segue il miglior Barbiere della mia vita (almeno per ora). Per dire: quello meno bravo era Ferruccio-in-persona-Furlanetto, che alla sua età e alla sua corporatura zompa senza problemi su e giù da una sedia cantando Rossini. Le scenografie erano deliziose - genere “moderne ma intelligenti”; il finale del primo atto era il fuoco d’artificio nel fuoco d’artificio nel fuoco… che è, con la casa di Don Bartolo che letteralmente si alza in aria mentre dentro coro e cantanti (meno Rosina che resta a terra nella sua carrozzina) continuano a cantare (non oso pensare che sia, fisicamente, cantare un pezzo come quello sulle montagne russe). Juan Diego Flórez (su cui io ero scettica, l’avevo sentito agli Arcimboldi e “non era in serata”) era un tenore da lancio del reggipetto (e io sono un tipo da bassi-baritoni, non certo da tenori), Pietro Spagnoli scoppiettante come ogni buon Figaro, Joyce DiDonato ci ha convinti che una Rosina senza sedia a rotelle non è una vera Rosina (semi-cit, siete invitati a trovarla). Pappano - beh, Pappano è davvero straordinario, anche l’Amica che di musica ne sa ed è una melomane milanese (quindi: Scala, Scala e Scala) concordava.
Il pubblico si vuole divertire, come spesso capita da queste parti. E si diverte. E applaude. Tanto. Ci sono scrosci sui cinque minuti e passa a scena aperta - “scrosci” al plurale, molto plurale. E ride, come il Barbiere merita.
Undici, l’opera finisce. Io sono completamente a terra, eppure sono sulle nuvole e sveglia.
Ma quando perdo anche il treno per tornare a casa decido che, diamine, stavolta dò retta al marito (”buona fine di anniversario, amore”) e prendo un taxi. Che prende una scorciatoia, mi fa vedere un bell’angolino di Dulwich, e costa meno del previsto - gli lascio la differenza come mancia.
Lo sapete già che non ho resistito, “tanto devo dare il tempo alle medicine serali di fare effetto” (seee), mi sono vista la puntata di stasera sull’iPlayer della BBC. Non all’altezza della prima, non male - idee ne hanno. comunque. Ianto ha daddy issues e la battuta migliore, al solito (dopo aver scoperto che hanno cercato di farlo saltare per aria, la sorella chiede: “what sort of civil servant are you?” “Unappreciated ones”); Jack si vede poco ma - prima o poi sarebbe capitato - senza veli (sì, proprio senza veli); Eve Myles riesce a fare una faccia strepitosa al proposito (pensare che nella prima stagione pareva solo capace di sgranare gli occhioni e dire “Jàck”), i bambini fan sempre paura com’è giusto.
Un po’ di francese.
Questo post.
E ora a nanna. Domani ci si sveglierà con ben quattro ore e mezza di sonno, ma almeno il pomeriggio è libero.